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01. Margini che si toccano
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01. Margini che si toccano

“Ma tu cosa intendi per vivere al margine?” — è da questa domanda da cui parte la storia di Mattea David. Letta da Nora Pontrelli e illustrata da Mariasilvia Santi, parla di un incontro speciale.

Eccoci qui, per il numero 1 di storie dal margine, dopo la presentazione del progetto il mese scorso (puoi recuperarla se vuoi sapere com’è nata l’idea, chi ha creato il logo, chi ha composto la sigla… e ascoltare la prima storia).

00. Un giorno, tre autunni

Elena Panciera, Nora, e 2 altri/altrи
·
Feb 3
00. Un giorno, tre autunni

Una nuova newsletter e un nuovo podcast di cui si sentiva il bisogno. O forse lo sentivamo noi, il bisogno di parlare, finalmente, di noi, a noi e per noi. Questa è la storia di come è iniziato tutto.

Oggi iniziamo ufficialmente questa newsletter che è anche un podcast, questo podcast che è anche una newsletter, con un racconto speciale, quasi metanarrativo. Mattea ha fermato con le sue parole un momento magico: quando due persone che vivono il margine, in qualche modo, ogni tanto anche senza saperlo, si incontrano e si riconoscono.

Ha lavorato insieme a Nora per rendere questo racconto più incisivo e breve (sì, qui cerchiamo di essere sintetiche, lo sappiamo che abbiamo vite piene e poco tempo per ascoltare e leggere). E a Nora questo racconto è piaciuto così tanto che lo ha letto ad alta voce.

Mariasilvia ha illustrato questo racconto. Ne ha colto l’essenza in poche campiture di colore, scegliendo una palette raffinata, brillante e tenera allo stesso tempo.

Buona lettura, buon ascolto, buona visione.

Elena

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Margini che si toccano

“Ma tu cosa intendi per vivere al margine?”

di Mattea David

Eravamo sedute su una panchina. Mercatino di Natale, paesino piccolo. Un bicchiere di prosecco tra le sue mani, uno di vino rosso per me. C’era sole, ma non arrivava fino a noi, restava sopra i tetti, qualcosa nell’aria lo ricordava. La gente comprava cose inutili e il tempo era scandito dalle bucce di castagne che cadevano a terra e i tintinnii delle tazze di vin brulé. Alcuni bambini correvano avanti e indietro lungo le panchine, anche accanto a noi, le loro voci acute bucavano l’aria fredda.

Quando mi ha chiesto del margine i suoi occhi si sono chiusi un poco, come fanno sempre quando mi guarda per vedermi. E mentre tentavo di risponderle, osservavo le sue rughe d’espressione ai lati, bellissime, che nascono solo in poche occasioni, come quando ride. Il castano scuro dei suoi capelli diventava miele. La bocca appena arricciata. Stava inclinata in avanti, in ascolto. E quando fa così, sparisce il tutto, le voci, il freddo che si infila tra i vestiti, i mercatini, la paura. Restava solo lei in attesa, ma, senza fretta. Le sue mani sulla panchina, lasciavano intravedere gli anelli che brillavano. Sembrava che si tenesse ferma, immobile, mentre tutto girava, ma era lì su di me, con i suoi capelli ora sciolti, a incorniciarle il viso. I suoi occhi erano incollati su di me, non mi mollavano mai, ma non erano lì a imprigionarmi… mi tenevano, ecco. Mi tenevano forte. È questo, che fa lei.

Non ho saputo risponderle subito. Il margine non si spiega come un’equazione. Si porta addosso. Lo senti sulla pelle, quando cammini per strada e nessuna mano si tiene stretta alla tua. Quando la legge parla di famiglie e capisci che non sta parlando di te. O quando il tuo modo di abitare uno spazio non è contemplato, come quando noi due non esistiamo nei loro codici civili, e i nostri corpi non si adeguano alle loro piazze. È un confine netto, un muro di vetro.

Da bambina, quando guardavo le mie compagne di classe e non sapevo dire che quella cosa non era amicizia, la televisione mi mostrava un mondo in cui io non c’ero, se non come battuta, scandalo, problema. Ecco, io il margine lo abito da sempre.

Certe cose, quando le dici ad alta voce, pesano più di quando le tieni dentro. Allora ho abbassato lo sguardo, a un certo punto, gli occhi fissi sul mio bicchiere, le mie dita strette attorno al vetro.

E lei ha aspettato. Non ha riempito il silenzio con parole inutili, non ha detto “capisco” quando non poteva capire. Ha solo spostato la mano, un centimetro, o forse meno. Più vicina alla mia. Non per prenderla, per starci accanto. E quando ho rialzato gli occhi, i suoi erano ancora lì. Mi stavano cercando. Mi stavano aspettando.

Due donne si guardano, gli occhi socchiusi, immerse in un loro mondo. Un filo giallo le circonda e le avvolge. Questo spazio è tutto loro.
Illustrazione di Mariasilvia Santi.

Poi è arrivata l’altra parola, le ho detto. Bipolare, di tipo due.

In quel momento ho sentito in bocca il sapore del ferro. Ho guardato il suo bicchiere di prosecco, così limpido e festivo, e ho avuto l’impulso di allontanare il mio. Come se la mia confessione potesse infettare l’aria, spegnere le luci, trasformare quella panchina in un’asettica sala d’attesa. Ho stretto le gambe tra loro, pronta a incassarmi, certa che il calore nei suoi occhi diventasse quello della pietà educata, come quando qualcuno sta per rimetterti rapidamente al tuo posto: fuori.

L’ho vista corrugare la fronte. Ha voltato leggermente il mento verso l’alto, a destra, come fa quando non capisce subito. Ho sentito qualcosa stringersi nel petto. Ci sono giorni in cui il mio corpo è elettrico — ho continuato. Il cervello va a mille, le parole si accavallano, dormo tre ore e mi sembra di poter fare tutto. Mi sento invincibile e poi, all’improvviso, crolla. E giorni in cui alzarmi dal letto è un’impresa. In cui la doccia diventa un’idea troppo complicata. In cui il peso di esistere è insostenibile e tutto, tutto quello che c’è fuori dalla mia stanza è troppo rumore, troppa luce, troppo mondo. Gli spazi affollati mi svuotano. O mi riempiono troppo, fino a farmi esplodere, e il mio cervello decide di spegnere la luce e io divento un peso morto, una frequenza disturbata.

Se il primo margine è una barricata dove possiamo ancora stare insieme, il secondo è una voragine che temevo l’avrebbe inghiottita. Io speravo che lei si sedesse lì con me nel buio, dove non c’è nemmeno la soddisfazione di essere ribelli, ma solo la fatica di restare vivi.

Per un attimo non ha detto niente. Ha solo guardato il suo bicchiere, poi di nuovo me. Il silenzio pesava. Poi ha annuito, piano. Ho visto qualcosa cambiare nella sua espressione, qualcosa che assomigliava alla comprensione che arriva lenta, che si fa largo. Ho capito che stava prendendo tutto quello che le stavo dando, lo stava tenendo, non lo stava giudicando. Ho sentito le lacrime arrivarmi agli occhi e ho di nuovo abbassato lo sguardo. Questa volta più veloce, uno scatto. Perché piangere davanti a qualcuno che ami è più difficile che piangere da sola. Ma lei non ha distolto il suo. L’ho sentito, ancora, lì. E la sua mano si è mossa di nuovo. Questa volta ha sfiorato la mia, quanto basta per dire: sono qui. Non devi essere forte. Puoi crollare, se vuoi. Io resto. Un bambino è passato correndo così vicino che la panchina ha vibrato appena. Una risata acuta, poi via. Il mondo continuava. Noi eravamo ferme.

Allora sono riuscita a guardarla di nuovo, con gli occhi lucidi, e mi ha sorriso, e sembrava dirmi: “Ti vedo. Tutta. E non ho paura di quello che vedo”. In quel sorriso c’era il mondo intero e le galassie. Mi sono sentita amata in un modo che non sapevo nemmeno esistesse. Amata non nonostante, ma con i miei margini. Come se fossero parte del paesaggio di me, non qualcosa da nascondere o sistemare. Mi sono fermata. Sentivo il legno della panchina duro sotto di me, il peso del mio corpo che premeva contro. Lei ha scosso la testa, appena. E ha detto: “Non sei troppo”.

Tre parole. Non sei troppo.

La sua mano si è finalmente posata sulla mia.

Poi, ha cominciato a parlare lei. Del suo corpo, del dolore a cui nessuno credeva. I medici che liquidavano tutto come ansia, stress: colpa sua. Si è fermata a metà di una frase, ha guardato lontano, verso il mercatino. Ho visto la sua mascella serrarsi appena. Gli anelli brillavano mentre stringeva il bicchiere. Allora sono stata io a spostare la mano. Un centimetro. Verso la sua. Ha girato la testa, veloce, come se quel piccolo movimento l’avesse richiamata. I suoi occhi hanno incontrato i miei e in quel momento ho capito che anche lei aveva bisogno di essere vista. Che ha abitato un margine, anche se non lo chiama così.

E così siamo rimaste, le mani a toccarsi sulla panchina, gli occhi a tenersi. Il mondo intorno continuava a muoversi ma noi eravamo ferme, in quello spazio che ci eravamo costruite. Un mondo di due. Ho capito, lì, in quel momento preciso, che il mio margine con lei non sarebbe mai stato fuori. Non sarebbe mai stato qualcosa da calcolare, da dosare, da tenere nascosto per non disturbare. Era parte del mondo. Parte di noi. E questa cosa mi ha attraversata come una scossa elettrica. Siamo rimaste in silenzio, per un tempo che non so misurare. I bambini correvano ancora, le loro voci si mescolavano al profumo di legno bruciato e zucchero. Il mercatino continuava intorno a noi ma noi eravamo altrove, in un posto dove i margini non erano più luoghi di esclusione ma punti di incontro o forse dove i margini non c’erano più. La nostra panchina era il centro di un mondo dove due persone potevano guardarsi davvero, senza filtri, senza paura, per raccontarsi, per essere, per crollare e rialzarsi. E per amarsi, esattamente così.

Una castagna è rotolata sotto la panchina. Nessuna di noi due l’ha guardata.

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Chi scrive: Mattea David (lei)

Giovane donna sorridente, con i capelli corti e il ciuffo di lato, che guarda in camera.

Nata a Faido nel 1993, Mattea è un’architetta d’interni, socialista, femminista, già Gran Consigliera per il Canton Ticino (Svizzera). Pasionaria, sognatrice e testarda, bipolare, ipersensibile, vive la politica con tutto il cuore. Scrittrice per comprendere le cose. Ancora deve capire cosa mettere in una biografia. Non imparerà mai e le va bene così.

Dove trovi Mattea:

Sostengo Faftplus


Chi illustra: Mariasilvia Santi (lei, -x, -*, -ə)

Persona con un'espressione interrogativa e capelli al vento, che guarda verso sinistra, la bocca socchiusa in un sorriso.

Le etichette le prudono come i maglioni di lana che le rifilava la nonna, quindi Mariasilvia dice sempre di vivere all’intersezione di molte cose: tra Amsterdam e Padova a livello geografico o tra copywriting e SEO per lavoro. Crede nel principio di indeterminazione di Heisenberg, nella raccolta differenziata e nel Cat Distribution System.

Dove trovi Mariasilvia:

Sostengo Felix & Fido


Chi legge: Nora Pontrelli (neutro, lei)

Persona sui 30 anni, lunghi capelli scuri, occhiali tondi, un sorriso e uno sguardo dolci.

Per definizione assegnata da un saggio, una sera, è “qualcosa tra lo schizzato e il dolcissimo”. È quella che ha sempre la cosa scomoda da dire, nello spettro queer quella che ti risponderà con i transiti o i tarocchi. Per il resto, aspira a una vita felina.

Dove trovi Nora:

  • Su Instagram come @lume_nora.

  • Su Substack come Nora, ha la newsletter Lumìno.

  • Puoi scriverle a eleonorapontrelli.09@gmail.com.

  • Se ti va, puoi fare una donazione a nome di Nora a Emergency o alla Brigata Basaglia. Dato che Emergency probabilmente la conosci, alcune parole sulla Brigata Basaglia: è una brigata di mutuo soccorso che trasforma la salute mentale in cura comunitaria contro il modello capitalista. Offre ascolto gratuito, formazione e reti solidali, unendo clinica e attivismo per abbattere le barriere d’accesso al sostegno psicologico e sociale.

Sostengo la Brigata Basaglia

Ti ricordo che sono a disposizione tutte le passate storie dal margine, e puoi dare un’occhiata a tutte le altre persone che stanno partecipando al progetto e le associazioni che stiamo segnalando.


Grazie per questo tempo insieme. Spero che questa storia ti abbia fatto ricordare tutti gli incontri magici che hai fatto nella tua vita. E se li stai ancora aspettando, spero che ti diano la speranza che succederanno, anche in questo mondo così difficile da vivere, e sempre meno accogliente.

Mi chiedo spesso che senso abbiano progetti come questo, in questi tempi bui di dissonanza cognitiva e inedita fatica emotiva, tra Sanremo e l’Iran (e la Palestina, e l’Ucraina, e il Congo, lo Yemen, il Myanmar…). Cosa può fare una storia, cosa può fare un’illustrazione? E poi mi dico che storie e illustrazioni sono bellezza. Servono a ricordarci che non siamo isole, ma arcipelago. Insieme possiamo resistere — alle guerre, al capitalismo, a tutte le discriminazioni e le intolleranze e le ingiustizie che causano sofferenza e morte — e far nascere qualcosa di bello.

Ci ritroviamo il prossimo mese. Venerdì 3 aprile alle 9 di mattina controlla la tua email: saremo lì con un’altra storia dal margine.

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Assolutamente, procediamo.